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maëlle dault

pierre ruault

liza maignan

francesca brugola

florian gaité

Scritto in occasione della mostra personale Weather Report, presso la Fondazione Pistoletto, 2022 per BalloonProject.

La residenza a la Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Biella – parte del programma di residenze artistiche Nouveau Grand Tour proposto dall’Institut Français – si è conclusa il 30 Novembre, dopo un’esposizione della durata di una settimana. Qui Andréa Spartà, 1996, uno deɜ artistɜ selezionatɜ per il primo ciclo di questo programma, presenta come risultato del periodo di ricerca, un progetto intitolato The Weather Report.

Lo spazio industriale è attraversato da cavi bianchi di alcune ciabatte multi presa, che l’artista ha reso parte attiva del suo lavoro, mettendole in dialogo con altri elementi. Queste unità diventano quindi piattaforme che occupano una posizione centrale, e dalle quali si sviluppano le dinamiche che sostengono il progetto di Spartà. Si vedono quattro ciabatte multi presa installate con scalogni, barchette di carta, pere, foglietti che riportano la scritta MEK POL CONTROLLO, strisce adesive cattura insetti.  Questa idea di microcosmo mutabile e con una data di scadenza viene confermata da ogni elemento dell’installazione.

The Weather Report nasce dall’osservazione di Biella. Sul tetto del santuario di Oropa si trova una piccola stazione meteorologica. Da qui si definisce l’idea di meteo, che verrà usata dall’artista come pretesto per parlare di imprevedibilità. Spartà lavora con cose che lo colpiscono senza un motivo apparente, come i foglietti che un riparatore di cancelli quotidianamente lascia in prossimità dei cancelli di tutta la città. Andrèa colleziona questi pezzi di carta, attraverso un’operazione rituale che lo porta fuori dal suo studio, ogni giorno, alla ricerca della stessa cosa – la stessa immagine. L’importanza di questa azione sta forse nella costanza e accettazione dell’imprevisto. Spartà non ha la certezza di trovare quei foglietti eppure li cerca, affidandosi ad una fiducia rassegnata, coltivando uno stupore cinico.

Scettico davanti all’idea di scopo, Spartà crede che non ci siano motivazioni alla base dell’esistenza. È per questo, che sembra coerente, vederlo avvicinarsi ad oggetti – come in questo caso – considerati normali o inutili nel contesto in cui sono inseriti. Anche la sua modalità di confronto con questi elementi  fa vacillare l’idea di status su vari livelli. Come prima cosa, soggetto ed oggetto si eguagliano, infatti l’Io-soggetto e Tu-oggetto sono entrambɜ lì, e soprattutto l’Io-soggetto non ha motivi più validi rispetto a quelli del Tu-oggetto per esserci. Anzi non ci sono motivi affatto, e questa prospettiva fa crollare la visione binaria che perpetua una rigida distinzione verticale tra Io e Tu.

L’approccio di Spartà, ancor di più mette in discussione il concetto di intenzione. Ci si potrebbe chiedere infatti come si inserisca l’intenzione umana – qui dell’artista – e che ruolo abbia in un processo che punta alla massima riduzione di ogni gesto. In questo caso, sembra che l’artista si posizioni oltre l’idea di scelta intenzionale, guarda piuttosto a ciò che condivide il suo stesso spazio-tempo e prende atto di questa esistenza. Se vi è un’intenzionalità sta nel resistere alle dinamiche che tendono ad irrigidire le forme e i ruoli. È qui che sembra che Spartà trovi uno stupore cinico, ovvero sfiduciato nei confronti delle motivazioni deɜ altrɜ. Il suo stupirsi viene da tutto ciò che non è grandioso, che è indifferente verso gli ideali e le convenzioni del contesto in cui esiste, che è poi lo stesso contesto che lo dimentica.

Ne risultano lavori sospesi tra il ready-made ed un’estetica decadente, in cui gli oggetti coinvolti non hanno la pretesa di diventare simbolo, ma sono e mantengono la propria identità.

Seppure in un’ottica anti-narrativa la pratica di Andréa Spartà vive di una dimensione poetica, che non prova a definire bensì ad emancipare. Si riscontra una coerenza estetica ben definita. Questa componente non mira però ad abbellire, piuttosto a bilanciare. La forza dei lavori di Spartà sta forse allora nell’affidarsi completamente agli oggetti o alle immagini dai quali derivano, e alle loro eredità, rifiutando la metafora e l’interpretazione.

Non è chiaro come un cespo di catalogna che fino a poco prima era al mercato di paese abbia viaggiato in un sacchetto di plastica per trovare il suo posto a terra, accanto ad una luce gialla coperta da un’altra borsa di plastica. E come lo stesso venga poi raccolto e cucinato da Spartà per divenire il suo pasto. Ancora una volta, sembra aggiungersi uno strato di complessità, in un processo che chiede di rinunciare alla complicazione metaforico-intellettuale per riconoscersi come massa in uno spazio, in un dato momento, in un dato luogo, proprio come il cespo di catalogna. In quest’ottica, l’artista, chi osserva il lavoro o chiunque, si ridimensiona e si coglie per quello che è, niente di più o meno di un elemento instabile tra altri elementi instabili, siano questi persone, vegetali, fascette di plastica, un secchio, un tappetino da spiaggia, delle zanzariere elettriche.

Spartà sembra praticare l’accettazione di questa precarietà come costitutiva del proprio esser-ci e quello altrui da molto tempo, tanto che personale e professionale non si distinguono. Il lavoro di Andréa Spartà non vuole educare ad una visione, tantomeno fa sua la retorica della futuribilità altra e possibile. Piuttosto, rinuncia all’affanno di trovare ragioni e sovrastrutture intellettuali per giustificare l’esistenza di qualcosa che di per sé non necessita nessuna prova perché testimone della propria presenza-assenza e quelle altrui.

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